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SECONDA LETTERA AI CORINZI
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Iniziamo la "lettura" della Seconda Lettera di Paolo ai cristiani di Corinto (2 Cor), che in realtà sembra essere "la quarta" che egli ha scritto a questa comunità; infatti già nella prima lettera ai Corinzi 5,9 scriveva: "Vi ho scritto nella lettera...", e in questa seconda ai Corinzi 2,4 scrive: "Vi ho scritto in grande afflizione, con cuore angosciato, tra molte lacrime... ". Ora, per il primo caso, noi non abbiamo nessun documento scritto di Paolo ai Corinzi precedente alla 1Cor; per il secondo caso, Paolo non si riferisce certo alla 1Cor, dato che di questa lettera non si può dire che sia stata scritta "in grande afflizione... tra molte lacrime". D'altra parte, nessun antico manoscritto ci è pervenuto che possa riferirsi a queste parole di Paolo, né alcun antico autore ci parla di altre lettere di Paolo oltre quelle che ci sono pervenute. Giudicando le cose da un punto di vista umano, puramente storico, può darsi benissimo - come è capitato per molti altri scritti antichi - che anche qualche lettera di Paolo sia andata perduta. Da un punto di vista soprannaturale, possiamo dire che scritti eventualmente perduti non dovevano contenere nulla di necessario e indispensabile per la fede e la vita cristiana. Leggendo questa lettera, dopo la 1Cor pare di entrare in un altro mondo, cioè in un'altra comunità: la 1Cor era piena di "problemi" di fede e di vita cristiana che i cristiani di Corinto avevano presentato a Paolo, allora a Efeso, e ai quali egli, come apostolo e maestro responsabile, dava le risposte (spiegazioni e norme) in armonia con la fede e la morale cristiana, mettendo in guardia contro deviazioni che portavano fuori dalla vera fede e indicando il modo di vivere ai seguaci di Cristo, membra del suo corpo. Questa 2Cor appare invece piena di "misteri", nel senso che ci troviamo di fronte a un groviglio di contrasti tra Paolo e i fedeli di Corinto che noi non conosciamo e che la lettera non espone, per cui i destinatari capivano a cosa si riferiva Paolo, ma noi rimaniamo all'oscuro di come sono andate le cose. Gli studiosi della vita e degli scritti di Paolo e del primitivo cristianesimo hanno cercato di ricostruire che cosa può essere successo di così grave nella comunità di Corinto, dopo la 1Cor, così da costringere Paolo a scrivere una lettera come la 2Cor. Accenniamo brevemente a queste ricostruzioni, sapendo che ogni studioso ha le sue particolarità. Intanto nella 2Cor Paolo non parla più delle questioni affrontate nella 1 Cor, inviata verso la Pasqua del 57 d. C.; sembra quindi che essa sia stata bene accolta. Probabilmente poco dopo, arrivarono a Corinto dei cristiani, forse missionari itineranti, provenienti dalla Palestina, che non accettavano Paolo come apostolo di Cristo e il suo |
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modo di annunciare il vangelo ai pagani; forse erano anche invidiosi dei suoi successi per la fondazione di tante comunità. Indubbiamente le comunità cristiane palestinesi godevano di autorità e prestigio, perché erano quelle fondate dagli apostoli "veri", i Dodici, che avevano conosciuto direttamente Gesù ed erano vissuti con lui! Perciò anche questi missionari godevano dello stesso prestigio. Chi era invece questo Paolo? E lo presentavano come un intruso tra gli apostoli, uno che non aveva conosciuto Gesù come i Dodici, che non poteva avere la loro autorità, insomma un arrogante pretenzioso! Sembra che costoro avessero anche delle lettere credenziali da parte delle loro comunità che li raccomandavano alle comunità cristiane più recenti, per cui potevano vantare un'autorevolezza di cui si servirono per squalificare Paolo sul piano personale, scardinando la sua autorità presso i corinzi. Erano così riusciti a creare sfiducia e diffidenza verso il loro fondatore e padre. Informato della situazione, Paolo che si trovava ancora ad Efeso va a Corinto per una breve visita, come si deduce da varie allusioni (vedi 2Cor 12,14; 13,1-2) che annunciano una terza visita di Paolo a Corinto, segno che ce n'era stata una seconda, dopo la prolungata presenza di Paolo a Corinto, al tempo della fondazione della comunità. Ma la situazione non migliorò con la sua presenza; anzi in questa occasione sembra che qualcuno della comunità lo abbia offeso pubblicamente (vedi 2Cor 2,5-10). Forse il carattere alquanto focoso di Paolo non lo aiutò in quella situazione ed egli, col cuore a pezzi, tornò alla sua missione di Efeso. Comunque partendo promise di tornare (1,15-16). Alla chiesa di Dio che è a Corinto e a tutti i santi di tutta l'Acaia (1,1-2). Possiamo ora cominciare a leggere questo testo straordinario di Paolo, lasciando che le sue parole, cariche dei suoi sentimenti interiori, facciano vibrare anche il nostro cuore di paolini in sintonia col suo, ricordando ciò che dice S. Giovanni Crisostomo, grande ammiratore e commentatore di Paolo: "il cuore di Paolo è il cuore di Cristo". Nel saluto iniziale Paolo sottolinea la sua qualità di "apostolo per volontà di Dio", e si associa il fratello Timoteo, come fa abitualmente nelle sue lettere con i fratelli che sono con lui. E' questo un segno della stima per i suoi collaboratori, che egli chiama "collaboratori di Dio", sia perché l'apostolato che diffonde la grazia della salvezza è opera di Dio, sia perché Paolo comprende che con questi collaboratori la sua attività apostolica raggiunge risultati che senza di essi non sarebbero possibili. Egli scrive "alla chiesa... di Corinto e a tutti i santi dell'intera Acaia": a quanto pare erano sorte altre piccole comunità attorno a quella principale di Corinto (conosciamo, per es., la comunità di Cencre, uno dei due porti vicini alla città di Corinto, alla quale apparteneva "la diaconessa" Febe, che probabilmente portò ai cristiani di Roma la lettera scritta a loro da Paolo a Corinto e nella quale raccomanda loro di farle buona accoglienza, come dice in Rom 16,1-2). I "santi" sono evidentemente tutti i cristiani, perché consacrati a Dio mediante la fede in Cristo e il battesimo, appartengono a Dio. Sappiamo che la santità radicale è questa e che essa è la radice del comportamento cristiano che rende sante le giornate, le azioni, gli impegni personali, familiari, privati e pubblici dei seguaci di Cristo: "siete santi quindi siate santi" ci direbbe Paolo, che passa decisamente dal modo indicativo a quello imperativo dei verbi che riguardano il cristiano, perché dalla natura dell'essere cristiano deriva il comportamento nella vita del cristiano. Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione... (1,3-7). E' questo "l'attacco", come si dice, della lettera che continua fino al v. 7, nel quale si avverte chiaramente lo sciogliersi della tensione nell'animo di Paolo: egli prorompe in questa "benedizione", tipica forma di preghiera della pietà e religiosità ebraica che s'innalza a Dio con una formula che risuona all'inizio di vari salmi (vedi il Sal 1), come pure nel cantico di Zaccaria ("Benedetto il Signore Dio d'Israele..."); ma la troviamo anche rivolta a uomini e donne nei quali si è manifestata la bontà e la misericordia di Dio in circostanze dolorose o pericolose, risolte prodigiosamente dall'intervento di Dio che ha portato grazia e gioia, come nella "benedizione" rivolta a Giuditta (cfr. Gdt 15,8-10) o in quella che Elisabetta rivolge a Maria: "Benedetta tu fra le donne... !". Paolo benedice Dio, cioè lo ringrazia e lo glorifica, per come si è risolta la situazione della comunità di Corinto. E' interessante, però, notare come egli non guardi solo all'inquietudine che lo ha fatto tanto soffrire, per cui ora si sente rasserenato e contento. Egli sente che ogni grazia che il Padre misericordioso gli concede, ha sempre un risvolto che riguarda la missione per cui è stato chiamato e a cui è stato mandato. Se Paolo si sente ora ripieno della consolazione di Dio, o del conforto di Dio, sente quasi istintivamente, come apostolo, che questa grazia non è soltanto per se stesso: è un'esperienza della paternità misericordiosa di Dio che dovrà riversarsi nei suoi figli spirituali, quanti hanno bisogno di sapere da un testimone che può parlare in prima persona, che Dio è Padre misericordioso, che consola e conforta, rasserena l'animo e dona forza per portare ciò che nella vita cristiana pesa e potrebbe schiacciare... così come la situazione di Corinto avrebbe potuto schiacciare Paolo. Tanto più che non c'era solo la situazione di Corinto a mettere alla prova la resistenza di Paolo; c'era anche la missione a Efeso che aveva messo in pericolo addirittura la sua vita, come dirà poco più avanti (1,8-11), senza ricordare ciò che scrive nella terza parte della lettera in cui, tra l'altro, sembra elencare le stazioni della sua "via crucis" apostolica! (11,23-33). Sono sofferenze che egli chiama "sofferenze di Cristo" (v. 5), tanto sente che la sua vita appartiene a Cristo (vedi lettera ai Galati 2,20: "Vivo, però non più io, ma vive in me Cristo"), tanto sente che la sua missione è quella stessa di Gesù: donare la vita per la salvezza degli uomini. E i figli che hanno sofferto come lui per la situazione della loro comunità di Corinto, saranno consolati anch'essi e confortati dal Padre, come lui Paolo (v. 7). PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Leggendo queste pagine di avvio alla 2Cor, va' alla ricerca dei brevi passi paolini indicati, che aiutano a capire meglio l'ambientazione di questa lettera (così ti abitui anche a familiarizzare con gli scritti di Paolo!). 2) Paolo parla dei "collaboratori di Dio": mi sento, per la mia consacrazione, di farne parte anch'io, per quanto mi viene chiesto in parrocchia, in altre attività di volontariato, o in altro, anche se nessuno mi riconosce apertamente come tale? 3) Sento che le sofferenze e le fatiche richiestemi sono "sofferenze di Cristo", in forza della mia consacrazione, e che perciò sono parte essenziale del mio apostolato, anche se nessuno le riconosce? D. Antonio Girlanda ssp |